Dovevamo incontrarci in Arabia Saudita
Avrei raggiunto il mio compagno a Jeddah e poi avrei proseguito in solitaria. Ma la guerra ci ha fermati. Vi racconto il mio bellissimo non-viaggio in Arabia Saudita.
Il lavoro del mio compagno avrebbe dovuto portarlo a Jeddah, la città portuale sul mar Rosso, tradizionalmente famosa per essere la porta di accesso dei pellegrini diretti a la Mecca e Medina, e oggi frequentata anche per le immersioni negli splendidi fondali delle sue acque.
Avevo in animo di raggiungerlo, come spesso ho fatto in questi anni, e di proseguire poi in solitaria, un’occasione per visitare un altro pezzo di mondo che mi affascina molto per la geografia, la cultura e la spiritualità: il Medio Oriente.
Non programmo mai con grande anticipo e quando è scoppiata la guerra stavo ancora seguendo il flusso delle cose da fare in Italia, non avevo comprato il biglietto aereo, un diretto di un po’ più di 5 ore da Milano a un prezzo ragionevole. Insomma, si poteva cominciare bene e senza fretta, con un visto elettronico turistico di un mese - recentemente introdotto - e organizzare in loco gli spostamenti con i miei ritmi lenti e il solito budget low cost.
E invece si è scatenato l’inferno, e si sono bloccati il lavoro e i progetti di viaggio. Non siamo certo gli unici, ma quando impatta in questo modo fa un certo effetto perché misuri, sebbene in minimissima parte, quanto la brutalità degli eventi, anche molto lontani, possa entrare fin dentro la vita e modificare concretamente i piani.
Io posso tranquillamente rinunciare, è l’ultimo dei problemi. Mi è arrivata soltanto una infinitesima scheggia della guerra tremenda, a Giorgio una un po’ più grande perché sta ostacolando gli spostamenti della barca. E invece, quanto soffro per le milioni di persone che in quelle terre ne sono vittime dirette, drammaticamente dirette.
Ciao, io sono Cristina e questi sono i miei Pensieri Nomadi. Grazie di essere qui 🌹
Avevo cominciato ad appassionarmi al luogo e a raccogliere qualche informazione di base. Solitamente non lo faccio perché mi annoia e soprattutto perché in viaggio mi piace la sorpresa, la scoperta di ogni aspetto man mano che lo vivo. Non parto mai, infatti, con la disposizione d’animo di vedere tutti i posti più belli indicati dalle guide turistiche o di ottimizzare il tempo, ma di fare quel che riesco con i miei mezzi, in tutti i sensi.
Questa volta ho studiato un po’ di più perché la meta si presentava come più delicata rispetto ad altre per varie ragioni.
Anzitutto la solitaria. Da quanto ho capito, parlando con qualcuno che c’è stato e con una conoscente che vive a Ryadh, sono ancora pochi i viaggiatori solitari, è una destinazione per gruppi organizzati. Fino a poco tempo fa, davano infatti il permesso di entrare soltanto a questi; oggi invece sul sito https://www.visitsaudi.com/it si invitano anche i turisti singoli, descrivendo un ambiente sicuro e che si sta progressivamente attrezzando per accoglierli.
C’è un’apertura turistica e anche culturale in atto che mi avrebbe fatto partire come donna sola con una certa tranquillità.
L’importante è rispettare sempre la cultura locale e religiosa - negli atteggiamenti, nell’abbigliamento, largo, sobrio e coperto, nei divieti ai non musulmani - che in Arabia Saudita è rigida e stringente in confronto ad altri luoghi di maggiore turismo, come l’Oman per esempio. Questo per me non è un ostacolo perché lo faccio naturalmente. Anche nelle aree più osservanti dell’Indonesia mi è capitato di coprire il capo con un velo se questo gesto poteva facilitare l’accoglienza da parte delle persone del posto, un segno di rispetto solitamente apprezzato.
Il primo contatto sarebbe avvenuto comunque nella moderna e cosmopolita Jeddah. Arrivavo in pieno Ramadan e forse lì avrei trovato qualche posto aperto dove mangiare durante il giorno; in città anche i costumi e gli atteggiamenti delle donne sono più liberi e l’uso della lingua inglese è più diffuso che altrove.
Già mi immaginavo di poter avere qualche scambio interessante con le donne, avrei voluto ascoltare tante cose della loro vita, se sta cambiando effettivamente la loro condizione dopo che il principe Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd ha lanciato la cosiddetta Vision 2030 in cui tra l’altro apre ai diritti e alla parità femminile…ma un conto sono le dichiarazioni e un conto è la realtà. E non c’è come andare sul posto per provare a comprendere come funzionano davvero le cose, al di là dei pregiudizi e dei filtri che noi occidentali abbiamo sempre nei riguardi degli altri popoli.
Da Jeddah, quindi, avrei preso le misure del paese e mi sarei orientata per proseguire.
Gli alloggi sono su Booking e Airbnb, come quelli del resto del mondo. Ne avevo trovato uno possibile nell’antico quartiere di Al Balad dove avrei prenotato le prime quattro-cinque notti, come faccio di solito nella tappa di arrivo di ogni viaggio. Avrei evitato di arrivare il giovedì e il venerdì, giorni festivi in Arabia, e mi sarei servita di un Uber dall’aeroporto perché sono scarsi o nulli i mezzi pubblici in città - potendo usufruire delle più grandi riserve di petrolio del pianeta, tutti usano la macchina, mi diceva l’amica di Ryadh, ne hanno fino a 4 o 5 a testa!
Con i viaggi organizzati, l’Arabia Saudita è considerata una meta del lusso. Ma in autonomia, facendo due conti preventivi di massima, mi sembrava fattibile, alla mia portata. Fuori dalle città, le persone si spostano con l’autobus o con i taxi collettivi, costa poco; avrei provato anch’io a usufruirne oppure mi sarei magari accordata con qualcuno per condividere un passaggio se questi non fossero stati disponibili, troppo rari o se non mi fossi sentita abbastanza sicura.
Ci sono anche i treni: lo avrei preso per andare a Medina. Mi sarebbe piaciuto arrivarci per la fine del Ramadan, prevista il 19 marzo. Già lo scorso anno, a Ouarzazate, in Marocco, ho avuto un saggio di che cosa significa la festa dell’interruzione del digiuno: una fantasmagoria di mercati, cibi, incensi, danze e canti.
Pregustavo qualcosa di molto più grande nella città santa per la Eid al-Fitr, una delle ricorrenze più importanti dell’Islam che dura tre giorni e celebra la conclusione del mese sacro di digiuno e preghiera. Informandomi per una stanza, mi ero dichiarata donna sola e non musulmana e un certo Ahmed mi aveva risposto che non avrebbero avuto problemi ad ospitarmi. Ottimo, sarei andata in quell’appartamento vicino al centro, a un buon prezzo, a differenza dei turisti organizzati che alloggiano tutti in un grand hotel costosissimo.
A Medina si possono visitare soltanto certe zone ma non la moschea principale, riservata ai fedeli e ai pellegrini (la Mecca invece è proprio interamente preclusa ai turisti). Avrei dunque cercato un punto discreto di osservazione per partecipare in qualche modo a quel mondo rinnovato nella festa. Almeno, così sognavo preparando il mio soggiorno.
Successivamente, l’idea era di allungarmi se possibile verso nord, sempre stando nella parte occidentale, tralasciando invece il sud, più vicino al tormentato Yemen. Mi attiravano alcuni antichissimi insediamenti Anabatei: Mada’in Salih e al-ʿUlā. Si trovano nel deserto e bisogna per forza andarci con le jeep in modo organizzato, avrei visto lì per lì come muovermi, da quale punto partire, con quale agenzia e naturalmente i costi.
Più fattibile e altrettanto magnifico anche il tragitto in bus fino a Tabuk, verso la Giordania, lunghissimo, 15 ore - le distanze sono enormi, centinaia di chilometri - ma mi sa che ne valeva la pena per l’attraversamento di panorami di roccia, sabbia, villaggi … per non parlare dei personaggi che avrei incontrato nel tragitto quale probabile unica turista donna occidentale solitaria :-)
Ah, che peccato.
Spero che la maledetta guerra finisca presto e che non distrugga tutto. Intanto, oggi ho viaggiato con la mente raccontandovi il mio non-viaggio e spero di avervi portato un po’ come me in quei luoghi di grande storia e cultura.
Un pensiero va ancora alla gente, vittima, oggi più che mai, di odiosi uomini politici sanguinari e senza scrupoli.
Un abbraccio di pace e a presto,
Cristina




A volte il destino si frappone brutalmente sul nostro cammino.
Grazie Cristina per aver condiviso il tuo non viaggio. Ha il peso di un macigno che insieme a tutti gli altri, prodotti dalle guerre a cui si va ad aggiungere quest’ultima, forma un muro di morte, di ingiustizie e di divieti.