Con il mio compagno ci incontriamo a Londra. Lui arriva da tre mesi di lavoro in barca alle Hawaii, io arrivo da tre mesi di impegno per la cura della mamma a Milano. Abbiamo condiviso molto delle nostre esperienze telefonicamente, ma non ci vediamo da un bel po’.
Partiamo insieme per un bel giro verso nord. Tocchiamo Edimburgo nel pieno del Festival musicale e saliamo, attraverso le campagne scozzesi e bellissimi tratti di costa, fin quassù, nelle suggestive isole Orcadi.
Scrivo dall’ostello di Kirkwall. E’ un posto tranquillo, pulito, silenzioso come poche volte mi è capitato in un ostello. La gente è poca, sia qui sia sulle isole; per la maggior parte del tempo, in giro per le stradine e a passeggio sulle scogliere, ci siamo solo noi. I panorami di prati verdi che su buttano nell’oceano, i cieli mutevoli di sole e pioggia fine, le case in pietra circondate dai pascoli formano un plastico meraviglioso che sembra finto tanto è ordinato e perfetto. Proprio quel che ci vuole per il mio cervello.
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Sento la mia mente sgonfiarsi. E anche il mio corpo, di tutto lo stress accumulato in questo periodo difficile. E sento lo spirito del viaggio tornare. Così come le abitudini di viaggio - la preparazione di uno zaino leggerissimo, il cibo itinerante, il lavoro la sera in ostello, l’andare giorno per giorno, all’impronta, senza prevedere niente prima.
Tutto arriva, come se non avessi mai smesso di muovermi. Sono contenta di questo - non era scontato - perché mi ritrovo dopo essermi un po’ persa in una nuova vita che mi è letteralmente caduta addosso lo scorso aprile.
Chi mi segue da qualche tempo sa che mia mamma ha subito una brutta caduta che l’ha lasciata invalida. Un trauma che ha cambiato la sua vita di donna autonoma, e di conseguenza anche la mia. Ho deciso di curarla a casa, sono figlia unica e tutta l’organizzazione è su di me. Ho degli aiuti importanti, materiali e affettivi, dalla famiglia, da amiche vicinissime, dalle brave badanti che ho sperimentato finora, e tuttavia il compito della cura è mio. E’ una scelta che mi dà pace interiore - non metterei mai mia mamma in una residenza per anziani - ma che naturalmente comporta una restrizione della libertà di movimento.
Rispetto alla mia vita nomade precedente sono più vincolata, sono più impegnata a Milano, e sono anche più stanca, perché nel frattempo non ho smesso di lavorare; anzi lavoro di più in quanto servono maggiori risorse. (Appena finito di scrivere la newsletter, dovrò infatti concentrami sulle scadenze editoriali che incombono.)
Ma questo viaggio è un bel risultato. Significa che l’organizzazione che sto mettendo a punto per non lasciare mai la mamma sola funziona. Che lei si sta abituando ad avere persone che la curano. Che io sono sulla buona strada per la costruzione di un nuovo equilibrio in cui il viaggio, pur in forme ridotte, può continuare a svolgere la sua parte di nutrimento della vita.
Il viaggio mi può accompagnare in questa svolta, anzi, può contribuire a renderla sostenibile.
E gli incontri con il mio compagno in giro per il mondo sono tra le cose più belle e intense del nostro rapporto, a cui non vorrei mai rinunciare.
Mi fa piacere inaugurare questo nuovo periodo con i paesaggi verdi e freschi della Scozia. Mi sembrano adeguati ai miei bisogni di oggi. Riposo, rilassamento, niente folla, e nemmeno troppi stimoli mentali; una bellezza dolce e silenziosa che richiama il cammino, l’osservazione, l’ascolto, la sosta. E che mi riporta a scrivere dopo un periodo di fermo. I Pensieri Nomadi sono nati in movimento e si nutrono di movimento. Avevo bisogno di partire per riprenderli in mano. E di aria: dopo il caldo bruciante di Milano, qui sembra il paradiso.
Camminando sulle scogliere e in mezzo a fiori coloratissimi, rifletto su un tema che mi sta molto a cuore: i pezzi della vita, quelli che contano davvero, ci devono stare tutti. Si sta male se ci si sente divisi, scissi; si sta bene - lo sento su di me - se si è interi nelle esperienze che si attraversano. Sto vivendo pienamente la cura di mia mamma, sto cercando di fare il meglio per lei; sto cercando di vivere pienamente anche ogni minuto di questo viaggio, che non potrà essere lunghissimo e che per questo sarà forse più intenso.
E’ questo il mio impegno, tenere unite le cose dentro di me. Perché l’alternativa - la contrapposizione tra la cura della mamma e la mia libertà - sarebbe devastante: non riuscirei a svolgere con amore il compito che ho deciso di intraprendere e oltretutto mi sentirei amputata di un pezzo.
La cura di chi ci sta vicino e la cura di sé devono andare insieme, per questo non mi piace la parola “sacrificio”, né tantomeno “dovere”. Sono sempre scelte, scelte che hanno senso per noi. Non è affatto facile questo equilibrio, né lineare, né liscio; è una costruzione impegnativa da rinnovare ogni giorno, ma mi pare l’unica strada. Infatti adesso sono qui.
Vi abbraccio ❤
Cristina
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