La mamma ha bisogno di cure h24
Questa è una di quelle cose della vita che 1) o ti affidi alla Provvidenza oppure 2) impazzisci di organizzazione e angoscia. Sto provando la prima.
Ci ho pensato un bel po’ prima di scrivere questo post.
Mi sembrava di andare fuori tema: che cosa interessa di un tale argomento ai lettori e alle lettrici dei Pensieri Nomadi abituati ai grandi viaggi della sottoscritta? Ma io ho sempre scritto in presa diretta, e questa volta la presa diretta riguarda l’esperienza fortissima che sto vivendo. Quindi, o smetto di scrivere o scrivo di questo. Allora eccomi qui.
Che poi, si tratta pur sempre di viaggio e cambiamento, e anche molto radicali.
E di un’avventura comune, che moltissimi hanno attraversato e attraversano in varie forme. Noi sixty, generazione di caregivers. E forse, tanto più, è buono parlarne e condividere.
Ciao cari amici e amiche dei Pensieri Nomadi, bentrovati. Mi mancavate. Per chi volesse iscriversi e partecipare a questo nuovo viaggio della cura, può farlo adesso, cliccando sul pulsante.
Allora. Nel giro di poco più di un mese, e precisamente dal 3 aprile scorso, la mia esistenza - e quella della mamma - ha subito un trauma, uno shock, un cambiamento repentino. Dopo quasi 40 giorni di ospedale, la mamma si è ripresa dalla caduta, ha ricominciato a ragionare lucidamente e a mangiare, ma le sue gambe non funzionano più bene. Tra letto e carrozzina, ha bisogno di ogni assistenza. H24.
Poi i miracoli esistono, e io non perdo mai la speranza, ma al momento la previsione dei medici è questa.
L’equilibrio vita-lavoro-viaggi-mamma fin qui trovato e sperimentato è saltato. Lei è la prima vittima, io la seconda. Con tutte le doppie sofferenze del caso.
Mi capiranno le figlie uniche, i figli unici. La responsabilità è su di me, senza sconti. Ma sono fortunata perché posso nutrirmi della vicinanza straordinaria del mio compagno e degli amici, di tutti i miei affetti vicini e lontani. Se non li avessi sarei persa.
La svolta richiede di mettersi a disposizione. Non è per niente facile ma opporsi è peggio, lo sto provando sulla mia pelle. Sto cercando di starci dentro e di trovare un cammino sostenibile. In tutti i sensi.
In senso psicologico: affrontare quanto accade, le nuove esigenze della mamma, con senso pratico, amorevolezza e gentilezza torna indietro sotto forma di pienezza e crescita. Il nervosismo e l’impazienza portano invece un sacco di guai e decisioni irrazionali. E’ un esercizio faticoso ma fruttifero. Provare per credere.
In senso economico: quella dei costi è una questione enorme, perché dopo le cure di qualche mese nel Sistema sanitario nazionale - ottimo, tra parentesi, il “sistema Niguarda” di Milano - tutto ricade sul privato. E adesso vale ancora di più il motto che da sempre guida la mia gestione dei soldi: se non sei ricca, devi essere creativa, fiduciosa e misurata. Vediamo che cosa riesco a inventarmi alla prova di questi nuovi fatti. La vera ricchezza, la vera risorsa sono le relazioni umane, e io parto sempre da queste.
Dunque, che fare? E’ la domanda delle domande.
(Nel momento in cui la pronuncio - e la scrivo - mi torna alla mente quel cruciale scritto di Lenin (1901-1902) - Che fare?, in russo Что делать?, sottotitolo Problemi scottanti del nostro movimento, in cui il grande rivoluzionario delinea l’organizzazione e la strategia del partito dei lavoratori. Lontane reminiscenze universitarie.)
Il “fare” infatti chiama subito all’azione, alla pianificazione, alle previsioni. Ma mi sembra invece che io qui, in questo affare scottante, debba “fare” ben altro che occuparmi di problemi logicistici. Cioè, se mi limito a questi non ne esco, e anzi mi infilo nel tunnel buissimo delle preoccupazioni senza fine che paralizzano l’azione.
Devo piuttosto affidarmi alla vita e fidarmi che possa andare bene. Mentre smetto di arrovellarmi, sento forte questo richiamo. E’ soltanto un problema o anche una opportunità di crescita e di cambiamento?
Tutti quelli che ci sono passati e ci stanno passando lo sanno. La cura dei genitori non autosufficienti è un compito gravoso e delicatissimo, in grado di sconquassare gli equilibri acquisiti.
Le vie sono due: la cura a casa oppure nella Rsa. A parità di costi altissimi, la seconda è la più razionale, comoda, sicura, utile, soprattutto se sei figlia sola.
Sono giorni che sono nelle forche caudine del dilemma morale.
Nelle nostre società moderne, dove sono sparite le famiglie allargate - e dove il “farsi carico” non è più di moda - abbiamo industrializzato la cura, snaturata, spersonalizzata, come facciamo con ogni merce. E quindi deleghiamo - e spesso siamo costretti a farlo - i nostri anziani a quei luoghi di “transito” che sono le Rsa, le cosiddette Residenze. Un nome gentile che nasconde un rimosso, un luogo emblematico del mondo in cui ci troviamo a vivere oggi, un mondo per molti versi disumanizzato.
Sono andata a visitarne tre, e sono uscita ammutolita, con il cuore troppo pesante.
Alla fine, mi sarebbe impossibile lasciarla lì. Almeno non adesso, che la sua testa funziona ancora bene e il suo spirito manifesta vitalità nonostante il duro colpo. Dopo mille riflessioni, ho preso un tempo per ascoltarmi davvero, mettendo da parte la logica: emotivamente la scelta della Rsa è insostenibile, anzitutto per me.
Nelle condizioni dell’invalidità, la cura a casa è pesantissima, ne sono cosciente, soprattutto se non ti puoi permettere due badanti h24 che pensano a tutto (sempre che le trovi e non ti mollino). Anche il medico che adesso ha in cura la mamma in una struttura post-ospedaliera mi ha messo in guardia.
Invece, con la Rsa, io sarei “libera” e la mamma in mani esperte. Ma a quale prezzo? Lei: sradicamento, solitudine, lontananza dalla sua vita. Io: libera in astratto, ma vincolata dentro. E poi, a guardar bene, sono contraria a questi “depositi” degli anziani, sono contraria politicamente e culturalmente - al netto di situazioni limite, come la malattia mentale, il definitivo decadimento cognitivo e fisico, dove non soltanto può essere arduo prendersi cura di una persona ma non si garantirebbe più nemmeno la sua sicurezza.
E quindi niente, la riporto a casa, con tutti i suoi limiti. Consapevole che sarò coinvolta, interpellata, punto di riferimento costante.
Una di quelle scelte che è meglio non pensarci troppo. Andare passo dopo passo, come si dice, e vedere come va. Come sta lei, come sto io. Che impatto ha su di me. Che cosa riesco a inventarmi per tenere insieme i pezzi. Io, lei, i costi, le esigenze pratiche.
Quando le cose sono così grosse, l’organizzazione è un’ illusione. Si fa l’indispensabile richiesto, il resto è energia buona, persone che incontri, l’affetto dei tuoi cari, doni che arrivano al momento giusto.
Come Katia, il mio angelo custode, una donna meravigliosa che mi sta aiutando moltissimo a seguire la mamma. Sono sempre le persone a fare la differenza, sono la via di entrata e la via di uscita. E allora partiamo da quello che c’è.
Imparerò man mano, sarà faticoso, ma almeno sono nella pace.
Un abbraccio, a presto. E buona festa della mamma 🌹
Cristina



Cri sei sempre meravigliosa...trasparente....in questa tua riflessione si vedono l'essenza e la vita manifesta. Ciò che tu sei . Questo tuo stare a cavalcioni del mistero tra dentro e fuori la vita manifesta sta componendo un ricamo. Ciò che intravvedo come immagine è l' amore come essenza della Vita, quel fluire silenzioso che sostiene ogni cosa. .
Grazie
Un caro abbraccio