La scelta delle dimissioni, dieci anni dopo
Ho avuto molti dubbi, preoccupazioni, incertezze, mentre "sotto" maturavano le visioni del futuro, l'entusiasmo di una vita nuova. Lentamente le paure si sono sciolte, e le cose sono andate bene.
Milano, 22 febbraio 2016
Ho iniziato a lavorare in casa editrice nel luglio 1994. Il mio primo lavoro, dopo i lunghi anni dello studio, l’università, il dottorato. Ricordo l’entusiasmo per la nuova vita che si apriva davanti a me, con la prospettiva dell’indipendenza economica e di un impiego che mi teneva vicino ai libri. Scoprivo anzi che i libri si “facevano”, si pensavano, si costruivano pagina dopo pagina; da allora, mi sono sempre percepita come un artigiano che lavora al pezzo, ogni volta unico.
Ho avuto la fortuna di un apprendistato che mi ha insegnato la cura di ogni aspetto, la precisione del dettaglio, l’importanza del valore aggiunto, lo sguardo dall’alto, l’approccio critico, il senso del limite. Ho imparato sul campo il valore della collaborazione, del lavoro di gruppo, dello scambio tra colleghi, dell’ascolto reciproco.
Dai 28 ai 50 anni, qui sono cresciuta, con l’opportunità nel tempo di arricchire la mia professionalità di mansioni, funzioni, esperienze sempre nuove. La decisione che oggi viene a maturazione, meditata e, non nego, sofferta, è una scelta di vita di maggiore armonia, con me stessa, con le persone care, con la natura. Così la immagino per il mio futuro. E’ il compimento di quello che è stato per me un vero e proprio viaggio di formazione, con un punto di riferimento costante nella qualità delle persone e del lavoro.
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Così iniziava la mia lettera di dimissioni, che non volevo formale, ma un omaggio a come avevo vissuto il lavoro fino a quel momento, un riconoscimento del contesto umano e professionale che mi aveva accolto da giovane e fatto crescere prima di tutto come persona. Scrivendola e riscrivendola, mi accorgevo che gli ostacoli che avevo per tanto tempo prefigurato erano ormai scivolati sullo sfondo, mentre balzava in primo piano la gioia per una svolta che era ormai giunta a compimento, pur senza sottovalutare l’impatto, anche doloroso, del distacco.
Lo sbaracco del tavolo con le cassette della frutta :-)
Non era un salto nel vuoto, ma un percorso preparato per quanto possibile, perché avrei continuato a collaborare da esterna con la stessa casa editrice, e magari con altre se ne avessi avuta la possibilità. Ma certamente, abbandonare a 50 anni un’occupazione fissa con un ruolo di responsabilità, ben remunerata, in un ambiente di persone amiche e di generale soddisfazione per la qualità del lavoro aveva l’aria di un azzardo, di un capriccio, di qualcosa di cui avrei potuto pentirmi o che avrei rimpianto.
Questi sentimenti mi hanno interrogato a lungo. Non era la disperazione a muovermi, il logoramento dei rapporti, una condizione di burnout - ero da sempre abituata a stare al tavolo moltissime ore - ma proprio il desiderio di concedermi un’altra chance di vita rispetto a quella che avevo condotto per 22 anni. Era una decisione libera e non indotta dalle condizioni di lavoro e pertanto ancora più difficile da prendere. Perché la domanda fondamentale che non mi lasciava - ma sono sicura di quello che sto facendo? - doveva avere una risposta altrettanto significativa e meditata.
A cinquant’anni la società comincia a considerarti in declino lavorativo e, inutile dirlo, le possibilità si restringono. Quelle interiori più ancora di quelle effettive, perché i cliché, i condizionamenti sociali, i richiami alla “sicurezza” sono molto potenti e ti entrano dentro sabotando le tue intenzioni. Per esperienza, il primo confronto forte quando si compie una scelta radicale avviene nel proprio intimo: la difficoltà sta nel continuare a nutrire le proprie intenzioni in presenza di elementi contrari, soprattutto per verificarne la tenuta, l’autenticità, la vera aderenza a noi stessi. Che non sia una fiammata destinata a spegnersi presto. Se invece siamo convinte, la resistenza alle pressioni esterne, ai giudizi, viene quasi naturale.
Questo non significa decidere da soli, il confronto e il supporto sono importantissimi. Personalmente, li ho molto cercati, come faccio sempre, e la condivisione di stati d’animo e ragionamenti è stata centrale in tutte le fasi, dall’inizio alla fine, e anche dopo, una volta uscita dalla casa editrice. Li ho cercati tra le persone più vicine, il mio compagno, la mamma, spiegando ed elaborando insieme le ragioni della svolta che volevo compiere; ma anche individuando alcuni interlocutori che per determinate caratteristiche, di comprensione, ascolto, mente aperta, assenza di giudizio, spinte analoghe, mi sono stati di grande aiuto e conforto.
Per quanto ci sforziamo di pianificare, l’incertezza e l’inquietudine per il proprio futuro fanno parte del processo. Se le intenzioni possono essere abbastanza definite - io desideravo lasciare Milano, non vivere più in città ma in un luogo di natura, passare più tempo con il mio compagno e con gli amici, viaggiare fuori stagione, essere più libera e flessibile negli orari di lavoro -, il modo in cui si svolgerà la nuova vita, come staremo noi in essa, se ci basteranno le risorse, non è affatto chiaro e stabilito fin dall’inizio.
Un po’ di spirito di avventura e di adattamento è necessario, come quello che serve nei viaggi.
Mai avrei detto allora che sarei diventata una nomade digitale, non sapevo nemmeno dell’esistenza di questa figura. Una volta aperta la porta del cambiamento, le novità sono arrivate passo dopo passo, addirittura inaspettate e non previste. Prima di riorganizzarsi compiutamente, di trovare un assetto soddisfacente che stia in equilibrio dal punto di vista finanziario o psicologico, si devono affrontare un po’ di confusione, indeterminatezza degli obiettivi, paura di non farcela e, non ultimo, uno smarrimento per quello che si perde.
Il passaggio dal posto fisso alla libera professione è in effetti anche una perdita. Può esserlo in termini economici, soprattutto in certi comparti, come quello delle collaborazioni editoriali, meno remunerate rispetto a una assunzione; ma anche perché l’ambiente lavorativo, l’azienda in cui sei impiegata, magari da tanti anni, come nel mio caso, rappresenta un mondo, un insieme di relazioni, belle o brutte che siano, e uno specchio che ci definisce. Se esci, perdi il tuo ruolo, si allentano i rapporti, le entrate si fanno precarie e passi molto tempo a lavorare in solitudine. In cambio però cambi vita, e questo ti da la forza di integrare gli aspetti più difficili nella nuova situazione che hai scelto.
Non è tutto oro, bisogna saperlo. Ma quello che c’è luccica per davvero. A dieci anni di distanza, posso dire di avere fatto una scelta giusta, per me e per la mia situazione di coppia - giusta nel senso di aderente allo sviluppo della vita. E’ migliorata la qualità delle mie giornate e dello stesso lavoro, che svolgo con più interesse e coinvolgimento dal momento in cui lo riconosco come funzionale al mantenimento delle scelte fatte e quale gancio necessario a un contesto stabile che si perde in una vita in continuo movimento. Ho intensificato il legame amoroso e quello con gli amici che mi hanno accompagnato in questo cambiamento; ho rivoluzionato il mio rapporto con il denaro, costruendo pian piano un ecosistema di risorse, risparmi e condivisioni che permette la sostenibilità a lungo termine di scelte come questa: se non sei ricca, devi essere creativa!
Ho viaggiato moltissimo lavorando sempre da remoto. Sono riuscita a tenere insieme una necessità e un desiderio, l’ho imparato facendolo e cercando di avere più fiducia nelle mie possibilità. Non ho mai messo in contrapposizione questa vita con la precedente e non ho il rammarico di non avere fatto questa scelta prima. A 50 anni ero pronta, a 30 o a 40 non lo sarei stata, non avrei avuto la maturità, quel minimo di saldezza che mi ha sostenuto, non ci sarebbero state le condizioni.
Ogni cosa arriva al suo tempo, se siamo capaci di osservare e dar voce a quel che avviene dentro di noi, senza frenarlo o reprimerlo ma senza accelerare, agendo con pazienza e coraggio.
Grazie di essere tra i Pensieri Nomadi 🌹
Buona serata, Cristina




Come ho già avuto modo di dirti più volte ammiro tanto il tuo percorso, proprio perché anni luce lontano dagli inviti "gridati" in molti libri recenti scritti da pseudo-guru, stile "Molla tutto e parti, poi si vedrà". La tua pianificazione è un vero e proprio approccio che dovrebbe essere diffuso e spiegato nei dettagli, chiaramente alle persone che sentono questa spinta.
Questa bellissima condivisione arriva al momento giusto. Non perché io debba affrontare una scelta simile, ma perché sento di trovarmi vicino a un crocevia nella mia vita e ritrovo molte delle mie inquietudini in ciò che hai condiviso. Ne avevo davvero bisogno. Grazie infinite.